Pier Paolo Calzolari (installing Celandine), Studio la Città, 2002
photo credit: Studio la Città
… “Gli inizi corrispondono agli anni tra il ’61 e il ’63, quando rimasi profondamente colpito dalla pittura “germinale” di artisti americani come Rauschenberg, Johns, Dine, che agivano in sintonia con la poesia di Ferlinghetti e di Ginsberg, con la musica di Cage, la danza di Cunningham. Si respirava un’atmosfera carica di ossigeno e vivacità, libera dalle pastoie in cui si muoveva l’arte in Italia, dove lavoravano isolatissimi Burri, Fontana e Manzoni, e in Europa, in cui si staccava dal coro il gruppo dei Nouveaux Réalistes.”
Successivamente avviene l’adesione al movimento Arte Povera, patrocinato da Germano Celant: in che cosa consisteva allora la qualità “povera” del suo lavoro?
“Fui invitato intorno al ’68 da Celant a entrare a far parte di questo raggruppamento che contava artisti torinesi ma anche di Genova e Roma. Non si trattava di un gruppo vero e proprio, ma piuttosto di un raccogliersi attorno a delle pulsioni, a delle attitudini, prima fra tutte quella di trovare il senso primo e la sensualità dei materiali, fuori comunque dai luoghi comuni sclerotizzati, dalla codificazione del fare che si era consacrata, utilizzando i materiali, naturali o artificiali che siano, non in quanto tali, ma come materia vitale e quindi materia prima dello scultore. La prima connotazione dell’arte povera è piuttosto francescana, in quest’ottica di chinarsi verso la materia e sentirne la voce. Una seconda connotazione riguarda il fatto di agire non come accadeva tra i minimalisti americani che agivano secondo un principio avanguardistico di negazione della ricerca precedente, ma rinnovando il linguaggio passato senza negarlo, senza sovrastrutture ideologiche, interagendo con esso in una sorta di convivenza innovativa.”…
Camilla Bertoni (l’Arena di Verona) intervista Pier Paolo Calzolari, 2002
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