MIKHAEL SUBOTZKY, Sticky-Tape Transfer 64 -Jacaranda/Hermanus, 2023
Mikhael Subotzky, Sticky-Tape Transfer 64 -Jacaranda/Hermanus, 2023
Photo credit: Michele Alberto Sereni
C’è qualcosa di molto affascinante e stimolante nel suo lavoro: l’equilibrio che riesce a mantenere nell’affrontare temi complessi radicati nel rapporto con il tempo, nei concetti di famiglia e generazione e nelle questioni di identità e appartenenza che emergono dal contesto di un Paese complesso come il Sudafrica.
Ho indagato visivamente queste opere e sono giunto alla riflessione che la tecnica dello “Sticky Tape” [1] ricrei in forma visiva il pensiero mentale e i sogni cerebrali: il tempo si dilata e si fonde attraverso la sovrapposizione delle immagini, in un processo intellettuale più comunemente associato alle neuroscienze che all’arte; il trittico Jacaranda/Hermanus, 2023 rappresenta il culmine di questo processo ed è, a mio avviso, L’apice di questa parte della sua ricerca intellettuale. Legami familiari (con il padre), “frustrazione” storica (dal suo Paese natale), altri elementi ancora, tutti osservati attraverso un terzo occhio che comprime e annienta il tempo, insieme all’impellente desiderio di usare la fotografia come uno strumento unico di produzione artistica piuttosto che come mezzo riproducibile. Egli manipola un tempo che non è più unidirezionale, come quello secondo cui viviamo tutti; non è congelato, come nella lezione base del primo giorno del corso di fotografia; forse è progressivo, nel senso che abbiamo tutti conosciuto un po’ di più Hermanus [2], mostra dopo mostra. Mikhael Subotzky gioca con il tempo come un bambino con i sogni: il mattino seguente tutto sembra accumulato, alcune cose sembrano essere venute prima, ma ciò che domina è il ricordo del sogno nella sua totalità; non ha inizio mai e non ha fine.
Sticky-Tape Transfer 64 – Jacaranda/Hermanus – dettaglio
Con la tecnica “Sticky Tape” questa ricerca procede ancora oltre: prende il tempo appartenente a un’immagine e lo fonde con il tempo di un’altra immagine per costruirne una terza con un proprio tempo autonomo. Ne risulta una terza immagine che non potrebbe esistere senza le altre due; dovremmo quindi considerarla una conseguenza, ma anche ricordarla come la causa ideale della scelta delle due originali: cosa viene prima? La causa o la conseguenza? Nessuna delle due: la nozione dl tempo è sovvertita dal terzo occhio.
Mikhael Subotzky trasforma la fotografia in pittura; sposta e ribalta il punto stesso di accesso al mezzo fotografico, trasformandolo in uno strumento appassionato e incisivo — una rivoluzione copernicana rispetto alla consueta neutralità del medium. Siamo cresciuti considerando il fotografo e l’osservatore come assoluti che definiscono la fotografia che vedono: pubblicità? Arte? Documentazione? Un frammento infinitamente riproducibile? Non più…
Mikhael Subotzky, Street Party, Saxonwold (0330), 2008 – dettaglio
Quando Mikhael spacca il vetro dell’immagine, vi entra ed esce, distrugge l’istante congelato, allenta i concetti di soggetto ritratto e di contenuto, ne sconvolge la visione senza però impartire lezioni, senza bisogno di indicare la strada; e, considerando i temi che affronta e il Paese in cui vive, sarebbe molto più facile attirare l’attenzione dello spettatore sulle questioni politiche, sui conflitti sociali, sull’infelicità globale o, per dirla semplicemente, sui fondamenti della ricerca di tanti artisti di questo secolo — quegli stessi artisti che aspettano che lui oltrepassi quella linea per unirsi al loro piagnisteo. Ma lui non lo fa mai; perché? Perché è un artista.
Art is art, everything else is everything else.
(L’arte è arte, tutto il resto è tutto il resto).
| Francesco Sutton, Principal – Studio la Città
[1] Sticky Tape: l’artista utilizza del comune nastro adesivo per trasferire le immagini. Il processo si divide in tre fasi: il nastro viene applicato sopra una fotografia stampata a getto d’inchiostro (tratta da enciclopedie, manuali o archivi personali); il nastro viene rimosso delicatamente, sollevando il pigmento dell’inchiostro dalla carta; questo strato di colore rimosso viene riutilizzato per creare una nuova opera d’arte. Il risultato finale può essere racchiuso in strutture rigide e incorniciate (come il caso del trittico Jacaranda/Hermanus) oppure presentarsi in forme più fluide e trasparenti.
[2] Hermanus è un ex detenuto sudafricano la cui vicenda personale e il cui rapporto con l’artista Mikhael Subotzky occupano un ruolo centrale nella produzione di quest’ultimo. Incontrato da Subotzky nel 2005 presso il cantiere dell’Icon Building a Città del Capo, Hermanus viene ritratto inizialmente nell’opera Hermanus (on Mattress) Icon Building, parte della serie Umjiegwana dedicata al sistema penitenziario e al reinserimento post-detenzione. Da questo primo incontro è nata una collaborazione artistica e biografica continuativa nel tempo. Negli anni successivi, Hermanus è diventato una presenza ricorrente nei progetti del fotografo, interpretando una versione finzionalizzata di se stesso nel film WYE (2016) e comparendo in Epilogue: Disordered and Flatulent (2022). La sua biografia è stata inoltre oggetto di un progetto di registrazione e raccolta documentaria nel 2021 presso la A4 Arts Foundation di Città del Capo, Sud Africa.
Mikhael Subotzky, Hermanus (on Mattress) Icon Building, 2005, Museo del Contemporaneo (Università degli Studi di Verona)