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Andrea Fogli, Studio la Città 2010
photo credit: Michele Sereni
Nel corpus di Andrea Fogli, l’interazione tra procedimento concettuale e prassi gestuale definisce una costante sintassi dialettica.
Nelle opere su carta, come il ciclo Diario dei 59 grani di polvere, questo dualismo si manifesta attraverso l’adozione di una tecnica che privilegia l’emergenza spontanea dell’immagine. L’artista si affida a un materiale elementare come la polvere di grafite, utilizzando il pennello per farla cadere dall’alto e disegnare così senza contatto diretto con la carta. Questo gesto controllato solo fino ad un certo punto permette l’affiorare di figure evanescenti e impalpabili, quasi immagini acheropite o fantasmatiche , non “disegnate o realizzate dalla mano, ma piuttosto emerse casualmente dal foglio”. L’artista stesso dichiara di non “eseguire” ma di “scoprire” cosa affiora dalla polvere, attivando un livello immaginale “psicoscopico” che poi stimolerà quello dello spettatore. Tuttavia, questa libertà gestuale e il parziale abbandono al caso agiscono all’interno di una determinata intenzione strutturale, non solo tematica (raffigurare il volto), ma processuale, poiché il ciclo è concepito ritualmente per essere realizzato giorno dopo giorno, per 59 giorni consecutivi. In una sorta di rosario apocrifo e panteistico (59 sono infatti i grani del Rosario).
La serie scultorea degli Araballi, sebbene coerente con l’uso di materiali ricorrenti come l’argilla e la terracotta, si inserisce in questo percorso dialettico introducendo una specifica intenzione di leggerezza e ironia. Gli Araballi, costituiti da piccoli vasi di coccio sormontati da piccole sculture in terracotta che fungono spesso da “teste-coperchio”, sono descritti dall’artista come un deliberato allontanamento dal “rigore monacale” che permea molti altri suoi cicli. La loro funzione di “vasi custodi” che incapsulano ironicamente il “mondo delle ombre” evidenzia come l’intenzione non sia solo quella di imporre una struttura tassonomica (come avviene negli Atlanti che accolgono la casualità in una stabilità rassicurante), ma anche di liberare il tono emotivo e visionario dell’opera.
Mentre nei disegni di polvere il gesto “ come alla cieca” è ordinato da una serialità quasi mistica, negli Araballi l’intenzione si esprime nella trasfigurazione degli stati interiori attraverso la loro stravaganza e bizzarria. In entrambe le serie l’opera si compie in un margine instabile tra intenzione e caso, tra ordine e gioco.
Studio la Città, 2025