Per Herbert Hamak,
a Villa Valmarana, Vicenza
Luca Massimo Barbero
Quale figura gigante al suo sorgere! Le sue ali toccano i confini del mondo, i suoi occhi trapassano le profondità, i suoi pensieri abitano altezze infinite, esso vi è dal principio e il suo volo è senza fine
O. Runge, 1806
Non è difficile capire perché, davanti a parole come queste, il pensiero corra ancora una volta al colore. Non come semplice attributo della forma, né come fatto puramente ottico, ma come forza originaria, espansiva, quasi cosmica, capace di toccare insieme profondità e altezze, misura del visibile e sua eccedenza. È in questa tradizione più vasta, che dalla teoria romantica sul cromatismo giunge sino alla sua incarnazione nello spazio, che il lavoro di Herbert Hamak continua a collocarsi con una singolare evidenza. Ci sono artisti, difatti, che usano il colore come qualità della forma, e altri che, più radicalmente, gli affidano il compito di farsi presenza, scansione, respiro stesso di un luogo. Hamak appartiene da sempre a questa seconda e più rara genealogia. Nel suo lavoro il pensiero cromatico si consolida fino a divenire punteggiatura, sottolineatura, talvolta addirittura centro silenzioso di una frase più ampia, entro la quale l’ambiente non è mai semplice contenitore, ma organismo sensibile, campo di relazioni, misura mentale prima ancora che fisica. Le sue opere, infatti, non si limitano a occupare un sito, bensì lo condensano. Raccolgono, cioè, tempo e volume in un corpo che possiede una doppia dialettica. Che da un lato si lascia attraversare dalla luce, accogliendola e assorbendola, trattenendola, quasi, in una sospensione interna; dall’altro le oppone un limite pensato, una soglia, un ostacolo minimo ma decisivo, che rende la visione più lenta, intensa e consapevole. È qui che si comprende come, per Hamak, la dimensione pittorica non coincida più con una superficie, ma con una condizione estrema del vedere, con un’idea di colore e di luce che, pur incarnandosi in forme scultoree, non perde nulla della propria natura e che, anzi, proprio nel farsi corpo, presenza, densità traslucida, ritrova una sua necessità. Non è un caso, allora, che il confronto con il suo lavoro mi abbia accompagnato a lungo, toccando anche, sia pure di sfuggita, alcuni nodi che da tempo riconosco come cruciali – il monocromo di matrice fontaniana, su tutti – e, soprattutto, l’idea che ogni dimensione fisica, quando venga davvero attivata dall’opera, diventi inevitabilmente anche luogo interiore e campo della percezione. Già nel 2003, in occasione di una mostra presso Studio la Città, mi capitava di parlare, a proposito di Hamak, di una ‘pittura viva’, una definizione che, ancora oggi, mi sembra restituire con precisione la natura più profonda del suo lavoro.
A Villa Valmarana – luogo ‘lieto, ameno, comodo e sano’, come espresso da Palladio nel Libro II; nonché scrigno di quei delicati affreschi che, utilizzando le parole di Goethe, ‘Tiepolo ha decorato dando libero corso a tutte le sue virtù’ – tutto questo accade oggi con particolare evidenza. Perché Hamak non si colloca qui entro un’architettura per esserne semplicemente accolto o misurato; entra piuttosto in una costellazione più sottile, fatta di villa e di bosco, di soglia e di luce, di memoria costruita e di paesaggio quotidiano. Ed è proprio questo intreccio di natura e presenza abitata che circonda, protegge e quasi nutre la dimora, a offrire la chiave più esatta dell’incontro. Le opere non interrompono ciò che le avvolge, non lo decorano, non vi si sovrappongono; ne fanno affiorare, piuttosto, una temperatura segreta. La rendono percepibile. Come se il colore, invece di aggiungersi al contesto, ne rivelasse una vibrazione già presente, una latenza, un tono profondo. In questo senso Hamak agisce sempre con una precisione che ha qualcosa di estremamente lieve. Non impone, non invade, non proclama, bensì accorda. E, nel dare accordo, trasforma. Basta poco, nelle sue presenze verticali o sospese, nei corpi traslucidi che sembrano trattenere l’aria e la luce, perché la radura si faccia più intensa, la dimora più presente, il margine tra architettura e paesaggio più sottile e insieme più netto.
Ripensando al lungo dialogo che mi ha legato a questo artista, tornano inevitabilmente alla mente alcuni luoghi esemplari. Castelvecchio, anzitutto, dove Hamak ha saputo misurarsi con una delle più alte partiture spaziali del Novecento italiano, accompagnando e quasi sottolineando, senza mai forzarle, le tensioni tra spazio, colore e scultura già magistralmente disegnate da Carlo Scarpa. Proprio allora scrivevo che l’artista sa porre le sue opere in ‘perfetto dialogo familiare’, quasi esse avessero sempre abitato quei luoghi, una formula che oggi ritorna con sorprendente naturalezza anche qui, a Villa Valmarana. E poi l’indimenticabile ritmo dei suoi interventi nel grande camminamento merlato del castello degli Scaligeri, dove il colore si faceva cadenza e pausa, segno capace di attraversare il contesto storico senza incrinarne il respiro. E ancora Venezia, alla Collezione Peggy Guggenheim, dove la grande colonna Blu oltremare scuro, collocata in prossimità del gazebo del Giardino delle Sculture Nasher, sembrava davvero unire cielo e terra, irradiando lo spazio circostante e dialogando, con assoluta naturalezza, con la memoria dei grandi maestri della scultura. In tutti questi casi Hamak non ha mai semplicemente collocato delle opere; piuttosto, ha individuato con una sensibilità rarissima, il punto in cui il colore potesse farsi luogo.
È anche per tale ragione che questa occasione mi appare particolarmente felice. Perché rinnova, quasi senza premeditazione, e perciò in modo ancora più autentico, una convinzione che mi accompagna da sempre, cioè che i luoghi storici più alti non debbano essere difesi dalla contemporaneità, ma illuminati da incontri giusti. E questo è uno di quelli. Va dunque un pensiero grato a chi custodisce questa villa e ne rende oggi possibile una nuova, generosa apertura, e a Francesco Sutton, che con sensibilità e intelligenza continua a rendere possibile il dialogo tra opere e spazi dotati di una fortissima identità. In questo equilibrio tra architettura e paesaggio, tra memoria e presenza, Hamak porta qualcosa che appartiene profondamente al suo fare, una pittura divenuta luce, una presenza che parla sottovoce e che, proprio per questo, riesce ancora, con rara intensità, a modificare il nostro modo di vedere.
Venezia, 2026
Villa Valmarana ai Nani – il Bosco
Via della Rotonda, 34
36100 Vicenza – Italia
Dal 28 marzo 2026
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