Che ci faccio qui?
Marco Meneguzzo
Con una delle sue bellissime ed evocative definizioni, che spesso diventano nostalgiche immagini, Marc Augé in un suo saggetto degli inizi del terzo millennio ci dice in buona sostanza che la storia ci ha lasciato, ma anche donato, delle “rovine”, mentre la spettacolarizzazione del tempo presente non lascia altro che “macerie”, e che “le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano”.
Questa riflessione mi pare il miglior punto di partenza per guardare al percorso di Lynn Davis sorvegliato dalla presenza silenziosa di statue romane nel Museo Archeologico di Venezia: forse anche qualche verso da “L’infinito” di Giacomo Leopardi sarebbe stato utile – la stagione presente e il suo suono, e le stagioni morte di fronte all’eternità… – se non risultasse troppo romantico, troppo sentimentale, troppo esposto a derive intimiste (non la poesia leopardiana, naturalmente, ma una nostra possibile interpretazione). Certo, del romanticismo in questa azione di Davis c’è, e non potrebbe non esserci: ci sono le rovine del passato, c’è l’esotismo di una distanza geografica e culturale evidente, c’è una suggerita distanza temporale (suggerita, ad esempio, dal viraggio cromatico in seppia, o al selenio, o in oro, della grandi fotografie). Così, per capire le ragioni di questo “viaggio sentimentale” probabilmente l’azione critica migliore da compiere è quella di una distaccata dissezione dei suoi elementi, ben consci che un eventuale rimontaggio ideale delle “disiecta membra” (siamo sempre all’interno di un Museo Archeologico Nazionale, e un po’ di latino non guasta…) non costituirà una specie di Frankenstein critico, ma – speriamo – una specie di atto contemplativo condivisibile, una sorta di rappacificazione col mondo sotto il segno del tempo che passa.
Cominciamo dall’inizio, allora: le rovine. Come si è detto, le rovine raccontano una storia, perché una storia è legata a un divenire, e il divenire è legato al tempo, e la percezione del tempo è legata all’essere umano. Si potrebbe addirittura arrivare a presumere che l’essere umano abbia costruito i suoi monumenti prevedendo già che diventino rovine (prima di essere una tesi di Marc Augé, è ciò che visivamente ci comunica Giovan Battista Piranesi nelle sue “vedute di Roma”), cioè vestigia di un tempo che diventa senza tempo, e che viene continuamente reinterpretato pur mantenendo come punto di partenza emotivo la persistenza del loro mistero. Le fotografie di Lynn Davis partecipano appieno a questa concezione e ne perpetuano la possibilità in un sistema di informazioni e di comunicazione che non sembra essere più adatto, e neppure disponibile, a questo tipo di visione. Per questo, fotografie in fondo così volutamente tradizionali, così inserite nella storia della “letteratura di viaggio” (uso volutamente il termine “letteratura”…) di marca anglosassone riescono ad essere così improvvisamente sorprendenti: in un mondo abituato a un tempo velocissimo di percezione e di consumo della sua propria immagine, trovare un’oasi dove il tempo assume i connotati di un “luogo” senza tempo costituisce una sorpresa che costringe a ripensare all’intero sistema di percezione della realtà. Infatti, ciò che appare straordinario è che quel “senza tempo” intuitivamente percepito e visibile nelle opere di Lynn Davis è stato colto “adesso”. Non avremmo avuto nessuna difficoltà ad attribuire questa categoria a opere che venissero da un passato anche recente, come per esempio un viaggio di fine Ottocento: l’avremmo condita con quello spirito incipiente di Modernità che aspirava a conoscere e a occupare il globo, con quell’idea di “documento” che di fatto costituisce la gran parte del contenuto e dell’idea stessa di museo (e inserirsi in un museo archeologico, come vedremo, ha anche il carattere di sfida e al contempo di mimetismo). Ma Lynn Davis ci dimostra che il “senza tempo” è “adesso”, come si diceva, e allora vengono meno le categorie tranquillizzanti del “documento”, del “catalogo”, persino del “viaggio”, almeno per quanto riguarda quell’idea romantica dell’andare per trovare se stessi nell’Altro, e che oggi sembra impossibile a realizzarsi, persino in un viaggio su Marte (in fondo, i lettori de “In Patagonia” di Bruce Chatwin sono solo degli inguaribili nostalgici!). Ma se queste categorie, che usano il passato come una sorta di baule da soffitta dove riporre cose care, ma che non useremo più, vengono meno di fronte all’evidenza di questa opere, quali useremo in loro vece per apprezzare questi lavori, non solo formalmente?
La prima tentazione, la più semplice, è proprio quelli di considerarli uno straordinario esercizio di citazione storico artistica. In altre parole, qualcosa che artatamente risveglia la nostalgia per un passato che non potrà più tornare. Ora, è indubbio che nelle opere di Lynn Davis un certo grado di vagheggiamento di altri mondi e di altri tempi è parte importante dell’azione intrapresa, ma considerare questo ciclo di lavori come pura nostalgia è assolutamente fuorviante e, soprattutto, estremamente riduttivo. Però, a questo proposito, è come se l’artista tendesse alla mente che sta dietro all’occhio una sorta di tranello intellettuale, ponendo in primo piano tutti quegli elementi formali che spingono verso questa lettura in fondo superficiale. Se non fosse per le dimensioni dei lavori – che comunque potrebbero essere ristampe attuali da originali vintage – tutto concorrerebbe a collocarli in un’epoca indefinita, ma comunque passata: il viraggio cui si è già accennato, la stampa a sali d’argento, il tipo di carta fotografica, la nitidezza dell’incisione, e soprattutto le inquadrature di monumenti che non siamo più abituati a vedere isolati, abbandonati nel deserto, privi di quelle brulicanti presenze turistiche che sono il contrario del viaggio, possono trarre in inganno una mente sufficientemente colta e tendenzialmente pigra, e spingerla a sentenziare un verdetto di citazionismo formale, sicuramente completato da una sincera ammirazione per le capacità, per la conoscenza, addirittura per il virtuosismo messi in atto in ogni singolo scatto, in ogni singola stampa.
Ma, “noi sappiamo”. Sappiamo e non possiamo non sapere, perché l’arte contemporanea perdona qualsiasi cosa, ma non l’inconsapevolezza del contesto. Quelle fotografie sono state scattate oggi per l’oggi, e tutti gli artifici formali di perfezione fotografica messi in campo da Lynn Davis non vogliono ricostruire il passato, quanto piuttosto sfruttarlo per guardare il presente con altri occhi. Lynn Davis sfrutta il passato perché in quel nitore che non è solo formale vede una prospettiva di conoscenza del mondo che non ritiene essere superata, ma semplicemente offuscata da milioni di immagini banali – magari degli stessi luoghi – che escludono dal nostro campo visivo e mentale quell’aspetto “metafisico” della realtà che potrebbe dar ragione dell’essenza delle cose, e non del loro aspetto. E in questo caso non ci importa neppure, se non per un’aggiunta narrativa veramente laterale e per una partecipazione umana e commossa, che il movente per questi viaggi sia stato inizialmente un movente personalissimo e doloroso come la perdita improvvisa di un figlio giovane, perché quell’aspetto appartiene alle singole persone, mentre la dichiarazione di procedere sulle orme di Ibn Battuta – il “Marco Polo” musulmano, indefesso viaggiatore trecentesco – assume invece il significato di una volontà di comunicazione che va ben oltre le motivazioni personali. “Si può viaggiare anche adesso” e “i luoghi esistono ancora” sembrano essere le affermazioni ideali di Lynn Davis, tradotte in immagini che, viste sotto questa prospettiva, appaiono assolutamente inequivocabili e concettualmente controcorrente. Per raggiungere questo scopo l’artista usa sapientemente tutti gli aspetti tradizionali del viaggio, primo fra tutti la “lontananza”, quell’elemento che sembra impossibile da trovare oggi, e che invece Lynn Davis ci mostra ed esalta. Così, anche se appare inattuabile in una situazione globalizzata come la nostra, l’artista vince la prova e riesce ad essere “esotica”, trasformando questo aggettivo un po’ fanée in un’ipotesi propositiva di lontananza culturale, e quindi di possibile innovazione per la conoscenza e il confronto (e non è un caso che si tratti quasi sempre di luoghi situati tra il Medio Oriente e l’Asia Centrale, in quelle regioni dall’Islam così poco conosciuto e così frammisto ad altre religioni…); non solo, ma riesce a stabilire anche una lontananza temporale, sia grazie alla “differenza” geoculturale di cui abbiamo appena parlato, sia per la capacità di restituire il senso di un tempo lunghissimo, tanto lungo da essere incommensurabile e quindi vicino all’idea di eternità, in virtù del concetto di “rovina”. Quanta sabbia trasportata dal vento è occorsa per levigare quelle forme che sorgono dal deserto e nel deserto stanno sprofondando? E quelle donne vestite di nero, dove stanno andando: a un sepolcro, al Sepolcro?
Se si arriva a porsi queste domande, vuol dire che Lynn Davis ha vinto la sua sfida.
Postilla antiquaria
Anche la fortunata coincidenza di esporre all’interno di un museo archeologico importante fa parte di quella sfida sottile, che vede l’opera di Lynn Davis danzare sul crinale concettuale che considera questi lavori da un lato come una sorta di tranquillizzante vocazione antiquaria – la citazione, la tradizione, la perfezione, eccetera… -, dall’altro come penetrante provocazione che spinge a verificare la nozione di museo e al contempo a provare la forza del proprio lavoro. La commistione tra passato e presente, tra opere dichiaratamente contemporanee e reliquie dell’antico non è nuova, esistono ormai innumerevoli esempi, ma in questo caso il confronto si fa più affilato, perché le opere di Lynn Davis “assomigliano” volutamente a certi manufatti del passato. Così, il museo può essere quel “baule da soffitta” di cui si parlava, ed entro il quale si richiudono anche le care memorie che sono queste opere, e che vanno a far compagnia a quei busti e a quelle statue romane che si son dovute stringere un po’ per far posto alle nuove arrivate, oppure può essere il luogo vivo dove l’introduzione corrosiva di elementi della contemporaneità – per quanto mascherati da paludate testimonianze – restituisce anche agli altri reperti lì conservati un quoziente di attualità altrimenti invisibile. Propendiamo per questa seconda ipotesi.
Museo Archeologico Nazionale di Venezia
2012