Mikhael Subotzky (n. 1981) utilizza un processo di “trasferimento con nastro adesivo” (“Sticky Tape Transfer”) da oltre un decennio. Prende del nastro adesivo, forse un materiale artistico apparentemente modesto, e lo applica su fotografie stampate a getto d’inchiostro — immagini trovate in enciclopedie, manuali di fotografia o provenienti dall’archivio dell’artista — e solleva delicatamente il pigmento dal supporto cartaceo per ricreare qualcosa di completamente diverso. Talvolta queste opere assumono la forma di trittici incorniciati e solidificati; altre volte, invece, incarnano una struttura più fluida ed eterea. (…)
È comprensibile che i processi di separazione siano al centro della pratica di Subotzky. È cresciuto in una famiglia bianca della classe media a Città del Capo, dove questa esperienza apparentemente confortevole era però segnata da violenza e malattia all’interno della casa. Ciò avveniva in un periodo in cui l’intero Paese stava uscendo dall’apartheid, in un contesto di profonde disuguaglianze razziali e di classe. Come artista, Subotzky affronta gli squilibri di potere sia a livello personale sia sociale: interroga la costruzione della “bianchezza” e le eredità del colonialismo nella sua terra natale sudafricana, mentre rivolge lo sguardo anche verso l’interno per analizzare relazioni più intime con la sua comunità, i suoi amici e la sua famiglia, in particolare con suo padre.
Estratto da un testo della curatrice Jessica Baxter, pubblicato per la prima volta sul sito di Magnum Photos nel novembre 2023 in occasione della mostra Ukuzilanda, Homegoing, Cromwell House, Londra.
Studio la Città
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dal 16 maggio 2026