Nel tardo settecento, proprio nel momento in cui si stava creando una marcata divisione fra le belle arti e le arti applicate, l’arte ‘alta’ si stava concedendo all’impulso femminile: alla delicatezza, al sentimento e, forse sorprendentemente, ad una praticità quasi domestica nel suo approccio ai materiali. Le belle arti, infatti, avevano assorbito le arti applicate. E questa rimane una delle grandi, anche se sottovalutate, conquiste della modernità. I materiali, per esempio, avevano acquisito un valore nuovo, sia in se stessi sia nei loro rimandi ed allusioni.
Questa forse potrebbe sembrare la ricetta per la semplicità, se non addirittura per la noia. Ma cosa succede nel lavoro di David Lindberg? Complessità su complessità, e tutto tranne la noia. Le sue opere, per esempio, spesso sembrano impregnate di materiali trasparenti come se l’artista volesse fissare la loro complessità e permetterci di analizzarle come insetti intrappolati nell’ambra.
Ma questa è una trasparenza traditrice perché è in se stessa parte della complessità delle opere. La collocazione e contrapposizione dei materiali è molto precisa e calcolata sebbene questo sia il tipo di calcolo che nasce dalla creazione del lavoro e come risultato del procedimento stesso, non di qualche progettazione dogmatica che non lascia spazio agli imprevisti. E la trasparenza si sfuma e si mescola con tutto ciò per iniziare un gioco molto ambiguo. Da una parte è calma e distaccata; dall’altra le opere sono innegabilmente allettanti e seducenti, quasi sessuali, ed anche quest’aspetto è il risultato delle trasparenze. Ed è proprio qui che la trasparenza rivela il suo tradimento o, meglio, il suo doppio gioco: perché sembra non tanto applicata alle opere quanto traspirata da loro. Il risultato è che materiali come fibra di vetro o la resina di epossi diventano naturali ed organici, e le opere diventano quasi spaventosamente vive. (vedi biografia)
